Kostas, dalla facoltà di Medicina alla trappola del kafenio

È il 1900 e qualcosa. A spanne potrebbe essere il 1985. Un giovane greco saluta la sua famiglia, i suoi amici e Sivas, il minuscolo paesino a Sud di Creta, a 10 minuti di distanza dalla più famosa Matala, dove è nato e cresciuto. È pronto a partire e inseguire il suo sogno. Gli occhi, il cuore e la testa sono una centrifuga di emozioni. La sua valigia è leggera, contiene solamente il necessario: tanta trepidazione, una valanga di felicità, una buona dose di determinazione e un pizzico di paura. La destinazione? Roma, Università la Sapienza, Facoltà di Medicina.

Appena arriva a Roma, gli sembra di essere atterrato su un altro mondo. È tutto così grande, così rumoroso, così caotico, così diverso. Ancora non sa che si innamorerà perdutamente, e per sempre, di questa città. L’arrivo in centro, la passeggiata ai Fori Romani, l’iscrizione all’università, la sua prima lezione nell’aula della Facoltà di Medicina sono momenti che non dimenticherà mai. I cinque anni che trascorre a Roma sono indescrivibili. Li vive intensamente, pienamente. Oltre a studiare per gli esami universitari, assorbe tutto: la cultura e la lingua italiane, lo storia dell’antica Roma, l’arte, la religione, la cucina. Ha una fame insaziabile di conoscenza.

Poi arriva quella maledetta telefonata. È un giovedì sera, se lo ricorda ancora. È appena rientrato a casa dopo una giornata estenuante. È in camera sua e sta mangiando un panino, la sua cena. Al quarto squillo si decide a rispondere.
«Devi tornare a casa, subito».
È sua madre. È la frase che dà inizio alla fine del suo sogno. Gli mancano quattro esami, solamente quattro maledetti esami. Non chiede spiegazioni, non cerca di trattare. Prima di partire aveva fatto una promessa a suo padre, era la conditio sine qua non affinché potesse lasciare Sivas e la sua famiglia: nell’ipotesi in cui le condizioni del padre, già malato, si fossero seriamente e irreparabilmente aggravate, sarebbe dovuto rientrare immediatamente a casa a prendersi cura della madre e delle sorelle. Venerdì sbriga le formalità burocratiche. Domenica sera è di nuovo a Sivas. La valigia è pesante, contiene troppo: i libri degli esami che non ha ancora dato, un mare di lacrime, infinita frustrazione, molta rabbia e un’abbondante spolverata di senso di vuoto.

Da allora i suoi giorni sono tutti uguali: noiosi e lunghi, ma non può fare altrimenti. Lo aveva promesso. Così è obbligato a tenere aperto il kafenio [n.d.r. tipico bar greco] di famiglia e servire caffè ai clienti. Solamente i libri e i turisti italiani gli portano un po’ di luce.

Ecco, è così che mi immagino la storia di Kostas, il proprietario dello splendido kafenio di Sivas. Il primo giorno in cui siamo arrivati in questo meraviglioso villaggio, dopo una passeggiata di perlustrazione, sono stata attratta da un piccolo gioiello: una muro verde, una porta azzurro cielo, delle piante arrampicanti e qualche sedia e tavolino posti all’ingresso. Dopo aver capito che si trattava di un kafenio, ho deciso che avremmo assolutamente fatto tappa lì. Ho avuto ragione!

Kostas si è subito rivolto a noi in italiano, spiegandoci che conosceva la nostra lingua perché aveva studiato Medicina a Roma, che gli mancavano quattro esami e che non ha potuto terminare il suo percorso universitario perché, a causa della malattia del padre, era dovuto tornare a casa. Ci ha mostrato diversi libri che custodisce gelosamente, ci ha dato preziose informazioni su Creta e ci ha fatto vedere l’interno del suo kafenio. Sembrava di essere, contemporaneamente, all’interno di un museo, di una chiesa e di una casa privata. Un paio di tavolini e qualche sedia in legno, l’una diversa dall’altra, costituivano l’arredo del bar. In un angolo della stanza c’era un fornello elettrico e un piano sul quale era riposto il minimo indispensabile per preparare un caffè, uno spremuta d’arancia o uno stuzzichino. I suoi libri erano disseminati un po’ ovunque. Le pareti, infine, la facevano da protagoniste. Erano ricoperte, in ogni loro centimetro quadrato, da immagini sacre, fotografie di persone, quadri, foglietti sui quali c’erano citazioni scritte rigorosamente a mano. L’atmosfera era agrodolce: si respirava odore di vita vissuta a metà, odore di sogni lasciati nel cassetto, odore di cultura non condivisa, odore di umanità diventata condanna.

Se vi capita di passare per Sivas, vi consiglio caldamente di fermarvi a dare un saluto a Kostas e di mettere il naso all’interno del suo kafenio. Non ve ne pentirete e lui ne sarà felice!

 

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