La professoressa (Le donne della mia vita)

«Sei agitata per il colloquio di domani?»
«Eh, sì.»
«Ma quanto?»
«Livello interrogazione della Pancani»
«Ah, bene. Non ti invidio per niente allora!»

Questo è un esempio di dialogo che ancora oggi avviene tra me e la mia migliore amica. Livia Pancani, professoressa di tedesco. Non l’abbiamo più vista, salvo qualche sporadico incontro, dall’orale dell’esame di maturità, luglio 2003. Sono ormai trascorsi quindici anni, ma lei non è mai uscita realmente dalle nostre vite.

Durante le sue ore di lezione, il silenzio regnava sovrano. Quando spiegava, nessuna si permetteva di fiatare. Quando consegnava i compiti corretti, nessuna si permetteva di contestare il giudizio.

Quando, poi, decideva di interrogare, il panico dilagava. Anche se avevi compreso, studiato e imparato a perfezione il programma, nel momento in cui entrava in classe e pronunciava quella maledetta frase, tutto scompariva. «Wen horen wir heute?» [n.d.r. «Chi interroghiamo oggi?»] e tutto si faceva buio. Non ricordavi più nemmeno il tuo nome. Così c’era chi provava a rifugiarsi in bagno; chi diventava paonazza e iniziava a sudare; chi veniva colpita da un improvviso, e non meglio definibile, malessere; chi si fingeva assorta in un ultimo e fondamentale ripasso; chi, impavida, ostentava sicurezza e sosteneva il suo sguardo. E lei, la Pancani, provava piacere ad assistere a tutto ciò. Lo si capiva benissimo. «Wen horen wir heute?» e passavano i minuti prima che scegliesse il nome delle persone da interrogare. Minuti che sembravano ore. Minuti, durante i quali, si divertiva a posare lo sguardo, a turno, su ognuna di noi. Minuti, durante i quali, si divertiva ad annusare l’odore di terrore che aveva seminato tra le sue alunne. Minuti, durante i quali, faceva fatica a nascondere, dietro agli occhiali appoggiati sulla punta del naso, il ghigno di soddisfazione che la visuale le provocava. Minuti, durante i quali, fingeva di essere indecisa nella scelta delle sue vittime. Poi, finalmente, pronunciava quei maledetti nomi. E finalmente la tensione calava. Chi si era salvata tirava un sospiro di sollievo. Chi era stata chiamata tirava un sospiro di resa.

Questo si ripeteva ad ogni singola interrogazione. Ogni settimana, ogni mese, ogni anno, per cinque anni. È quindi comprensibile come, a distanza di anni, le sensazioni provate allora siano ancora vive dentro di me. Ormai fanno parte di me e le-interogazioni-della-Pancani sono diventate il mio termometro personale per misurare il grado di angoscia che sto vivendo.

Perché allora la professoressa Livia Pancani è comunque una delle donne della mia vita?
Perché pretendeva il rispetto, ma in primis lo dava.
Perché amava il suo lavoro e lo sapeva fare egregiamente.
Perché, tra le sue alunne, aveva le sue preferenze, ma sapeva rimanere imparziale.
Perché era una donna di cultura.
Perché, dopo cinque anni di tedesco, uscivi dal Liceo Linguistico sapendo davvero usare il tedesco.
Perché quando si arrabbiava, non lo faceva in modo isterico e lo faceva perché davvero teneva al tuo miglioramento.
Perché capiva che dietro ad ogni alunna c’era, prima di tutto, una persona.
Perché, quando si andava in gita, beveva un birra e fumava una sigaretta insieme a te.
Perché, quando infrangevi una regola sbagliata, con le parole ti rimproverava, ma con lo sguardo ti sosteneva e di incitava a continuare.
Perché, quando riceveva una cartolina da una sua ex-alunna, si emozionava e condivideva l’emozione con la classe.
Perché il voto che ti dava era una semplice valutazione dell’interrogazione o del compito, mai della tua persona.
Perché aveva viaggiato molto e vissuto avventure interessanti di cui avrebbe voluto raccontare tutto, ma non lo faceva per il ruolo che rivestiva.
Perché era forte e determinata, ma non priva di ferite e dolori.
Perché quando entrava il professore di Storia dell’Arte, si scioglieva e i suoi occhi si illuminavano.
Perché è stata il mio stimolo per cercare di ottenere ottimi risultati, sempre.
Perché era materna anche se non era madre.
Perché il mio tedesco, a distanza di anni, fa ancora la sua bella figura.

Perché ognuno dovrebbe avere la fortuna di incontrare una Livia Pancani nel proprio percorso scolastico.

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