TROMSØ, INTIMI SCONOSCIUTI

Norvegia. Domenica sette agosto. Ottavo giorno di viaggio.
Ormai erano quasi le 19.00. Io ero furiosa. Mi succede sempre quando qualcosa non va come avevo programmato o come speravo che andasse. In queste situazioni non riesco più a ragionare e divento furiosa.

Eravamo in viaggio dal mattino. Dopo aver salutato la città di Finnsnes che aveva ospitato noi, la nostra tenda e i nostri zaini, avevamo attraversato il ponte che collega la terra ferma, all’isola si Senja, la nostra prossima meta. Avevamo imboccato la strada 861 che, seguendo il perimetro dell’isola, in senso antiorario, giunge fino a Gryllefjord, paesino situato all’estremità opposta rispetto a Finnsnes. Nell’arco della giornata avevamo percorso un buon tratto di strada. Fortunatamente il tempo aveva retto e così eravamo riusciti a camminare per numerosi chilometri. Quando eravamo stanchi avevamo proteso il pollice destro per chiedere un passaggio e, per ben due volte, eravamo stati fortunati. Da Lynsnes avevamo proseguito camminando. C’eravamo solo noi, qualche rara automobile e grandi distese erbose intervallate da laghi di varie dimensioni. Il mare non si vedeva più. Potevamo assaporare il silenzio assoluto. Verso le 18:00 avevamo iniziato a cercare un’area dove poterci accampare, ma il terreno, a differenza di qualche chilometro prima, era ovunque molle e melmoso, con pozzanghere d’acqua che emergevano qua e là. Avevamo continuato a camminare, con la speranza di trovare un’area asciutta. Quello che, invece, abbiamo trovato è stato un campeggio.

Ormai erano quasi le 19.00. Non potevamo rischiare di proseguire oltre, così ci siamo fermati qui. Io ero furiosa. Qualche chilometro prima c’erano diverse aree perfette per il free-camping. Pianure che sembravano infinite, alberi per proteggersi, silenzio e nessun essere umano e vista d’occhio. E invece? Eccoci in un banale, piccolo ed insignificante campeggio.

Abbiamo pagato, sistemato la tenda, ci siamo fatti una doccia e poi siamo entrati nella casetta in legno, adibita a cucina, per prepararci la cena. C’era solamente un’altra coppia, un ragazzo e una ragazza che parlavano in francese. Dopo aver acceso la piastra per scaldare l’acqua per la nostra zuppa, ci siamo seduti vicino ai due ragazzi e ci siamo divisi una scatoletta di tonno e dei crackers. Probabilmente la coppia avrà pensato che non avessimo altro cibo a avrà provato un sentimento di pena nei nostri confronti perché il ragazzo ci ha offerto parte del loro cibo che avevano in abbondanza. Abbiamo rifiutato, tranquillizzandoli sul fatto che non avremmo sofferto la fame e, visto ci aveva parlato in italiano, abbiamo iniziato a chiacchierare con loro. Erano svizzeri, lei del cantone francese e lui del cantone italiano, stavano seguendo più o meno il nostro stesso itinerario, ma con un auto a noleggio. Ci hanno offerto una lattina di birra e dell’ananas in scatola. Era piacevole conversare con loro e, soprattutto, osservarli. Lui alto, biondo e molto espansivo; lei di statura media, mora e molto discreta. La luce che c’era nei loro occhi, la tenerezza dei gesti e gli sguardi di ammirazione reciproca che si scambiavano non lasciavano alcun dubbio: l’amore che li legava era di quelli profondi, veri, intensi.

Verso le 22.30 siamo entrati in tenda per dormire. La mia arrabbiatura era già scemata: la rinuncia al free-camping aveva portato ad una piacevole serata di chiacchiere con due sconosciuti. Quando ci siamo svegliati pioveva e le previsioni atmosferiche per i giorni a venire non promettevano nulla di buono: pioggia e basse temperature fino a mercoledì o giovedì. Dovevamo, quindi, rinunciare a proseguire il nostro giro dell’isola di Senja per raggiungere subito Tromsø, la nostra meta finale. Abbiamo salutato i ragazzi svizzeri, i quali si erano offerti, bagagli permettendo, di darci un passaggio fino a Tromsø, dove anche loro erano diretti. Abbiamo ringraziato per l’offerta, ma l’abbiamo declinata, dirigendoci alla fermata dell’autobus che ci avrebbe riportati a Finnsnes, dove poi avremmo preso la corriere per Tromsø.

Alle 17:30 eravamo a Tromsø. Ci siamo subito diretti all’hotel che avevamo scelto tra quelli consigliati dalla Lonley Planet e abbiamo prenotato una camera per due notti. Dopo esserci sistemati e aver fatto una doccia, siamo scesi per la cena. Avevamo quasi finito di cenare, quando abbiamo sentito qualcuno esclamare: “Si sta molto meglio qui, ah?!”. Ho alzato lo sguardo e mi sono ritrovata di fronte il ragazzo svizzero. Avevamo scelto lo stesso hotel! Abbiamo scambiato due parole e abbiamo deciso che, non appena avessero finito anche loro di cenare, saremmo andati a bere una birra insieme. Ci siamo così dati appuntamento alla reception per uscire tutti insieme.

Non ci eravamo ancora presentati, così, camminando verso il pub, lo abbiamo fatto. Loro erano Mattia ed Estelle. Siamo stati in due pub, il primo era grande, ma anonimo. Il secondo, invece, era più piccolo, ma con una forte personalità: l’arredamento era particolare e il cameriere era un ragazzo brasiliano che era finito a vivere a Tromsø perché si era innamorato di una ragazza norvegese. Willy, Mattia ed io abbiamo bevuto tre birre a testa, mentre Estelle ha preferito delle bibite analcoliche.
Abbiamo chiacchierato a lungo.
Abbiamo parlato di noi e di loro.
Estelle aveva 34 anni ed era docente universitaria presso la facoltà di Giurisprudenza, Mattia aveva 40 anni ed era architetto. Erano insieme da otto mesi. Abbiamo anche parlato di molto altro e toccato gli argomenti più svariati: i viaggi, la politica italiana, il costo della vita in Svizzera, il lavoro, gli stereotipi. Non c’è mai stato un momento in cui ci sono stati silenzi imbarazzanti o in cui abbiamo pensato: «Voglio andare a dormire!» Sembrava di chiacchierare con amici di vecchia data.

Poi, come può succedere solo con persone che incontri a chilometri di distanza da casa e che sai che probabilmente non ritroverai più nel tuo cammino, Mattia ha guardato negli occhi Estelle e trepidante le ha chiesto «Glielo diciamo?». Lei ha abbassato dolcemente la testa, acconsentendo. A quel punto Mattia si è rivolto a noi: «Estelle non ha bevuto birra, ma non è astemia. È incinta!». I loro volti erano radiosi. Estelle ha timidamente aggiunto: «Non lo sa ancora nessuno, sono solo al secondo mese».

In quell’istante, in quella città, in quel pub, quattro esseri umani che si conoscevano appena si guardavano complici e sereni. E celebravano la vita.

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *