Un po’ di Ruanda a Vittorio Veneto: intervista a Yvonne Uwase, una ragazza ruandese adottata dall’Italia

Era una calda mattina di giugno quando sono salita in macchina e, dopo aver percorso pochi chilometri, sono entrata in una pasticceria di Vittorio Veneto per incontrare Yvonne Uwase. Qui, in pochi minuti, sono stata catapultata lontano nello spazio e nel tempo: mi sono ritrovata in Ruanda, nel 1994.

Di seguito riporto l’intervista che ho fatto a Yvonne e che, in versione snella, potrai trovare anche in QualBuonVento.

Alla fine dell’intervista, invece, troverai alcuni suggerimenti di approfondimento.

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Due etnie. Cento giorni. Un milione di persone.
È una sintesi cruda, asettica, spietata. È il Ruanda, 25 anni fa.
È il genocidio che ha lacerato un intero Paese: in soli cento giorni sono state uccise quasi un milione di persone, prevalentemente Tutsi.
È il genocidio che ha lasciato in eredità molti interrogativi.
È il genocidio che ha segnato la vita di Yvonne Uwase, una giovane ruandese adottata dall’Italia. Dopo aver vissuto per molti anni in Emilia Romagna, da circa tre anni Yvonne vive a Vittorio Veneto con la famiglia: il marito e un bellissimo bambino di pochi mesi. L’ho incontrata lo scorso giugno e abbiamo fatto una lunga chiacchierata. Mi ha raccontato della sua vita, del suo Ruanda, di cosa ha significato il genocidio per le persone comuni, della sua emigrazione in Italia, del futuro. Mi ha raccontato cos’è il genocidio dal basso, da dentro, dal profondo.

 

 

Quanti anni hai e che età avevi all’epoca del genocidio?
Sono nata nell’ottobre del 1990, quindi ho quasi ventinove anni. All’epoca avevo quattro anni.

Ricordi qualcosa di quei terribili cento giorni?
Non ho un ricordo completo e nitido. Quello che ricordo sono frammenti, episodi singoli. Quando vivi esperienze terribili, puoi essere anche la persona più giovane di questo mondo, ma qualcosa rimane dentro di te, per sempre.

Da quanto tempo vivi in Italia? E come ci sei arrivata?
Sono arrivata in Italia nel 2005, avevo 14 anni. Mia sorella viveva in Italia, vicino a Rimini, da quando io avevo una anno. Terminato il genocidio era riuscita a mettersi in contatto con noi. Da quel momento si è adoperata affinché io e uno dei mie fratelli potessimo venire qui. Ha investito tempo, energie e soldi. Le sarò per sempre grata per tutto quello che ha fatto per me.

Il resto della tua famiglia è rimasto in Ruanda?
Siamo in dieci fratelli, io sono la più giovane. Io, mia sorella e uno dei miei fratelli viviamo in Italia. Gli altri miei fratelli sono rimasti in Ruanda. I miei genitori, invece, sono morti. Mia mamma è stata assassinata nel 1992, due anni prima dell’inizio del genocidio. È stata una delle prime vittime: i conflitti e le morti sono iniziati ben prima del 6 aprile 1994, soprattutto nei villaggi, ma non se ne parlava. Mio papà è stato ucciso nel 1994, durante il genocidio.

Ricordi qualcosa riguardo alla morte dei tuoi genitori?
Per quanto riguarda mia mamma, ho solamente due ricordi legati alla sua morte. Il primo è legato a mia zia che era venuta a casa nostra per darci la notizia del suo assassinio, avvenuto mentre tornava dal lavoro. Il secondo ricordo è quello della gente che girava per casa il giorno seguente, poi ho saputo che era per il funerale. Quando è morto mio papà, io ero in Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo), dove ero fuggita con mio zio e la sua famiglia. Dopo l’assassinio di mia mamma, infatti, ero stata affidata a lui allo scopo di proteggermi, tenendomi lontana dalla guerra.

Dopo la morte dei tuoi genitori hai continuato a vivere con tuo zio?
No. Quando siamo venuti a sapere che la guerra era finita, siamo tornati a casa, in Ruanda. Appena arrivati, mio zio è stato ucciso. Così abbiamo compreso che la guerra non era in realtà finita. Dopo il 15 luglio 1994, infatti, le vittime continuavano ad aumentare e nel 1995 ci furono addirittura dei veri massacri. Mia zia, rimasta vedova, non avrebbe potuto mantenere anche me, oltre ai suoi quattro figli. Allora sono tornata al mio villaggio natale. Dei miei fratelli non si sapeva nulla e l’unico famigliare rimasto era mia cognata; sono andata a stare da lei. Non è stato un bel periodo. Ricordo che spesso andavo a letto senza cena, che dovevo occuparmi della casa, che non venivo trattata bene. Ero solo una bambina. Questa era un situazione comune all’epoca. Molti bambini erano rimasti orfani e vivevano per strada, in piccoli gruppi. Avevano chiesto anche a me di unirmi a loro. Spesso lasciavano il villaggio per la capitale, con la speranza di costruirsi una vita migliore. Io ho rifiutato di seguirli. Oggi sono felice di aver fatto questa scelta, molti di questi bambini hanno fatto una brutta fine. Un anno dopo il mio ritorno al villaggio, sono rientrati anche i miei fratelli. Da quel momento ho iniziato a cambiare continuamente casa, passavo di fratello in fratello, in base alla possibilità economica che aveva l’uno o l’altro. Eravamo poveri e segnati dalla guerra. Quando i miei fratelli andavano a zappare i campi, capitava che trovassero ossa umane.

Considerato che i tuoi genitori sono stati uccisi, tu appartieni all’etnia Tutsi. Giusto?
In realtà non lo so e vorrei tanto saperlo. Ho provato a chiederlo ai miei fratelli più volte, ma nessuno mi vuole rispondere. Oggi in Ruanda non si parla più di Tutsi e Hutu, ma di un solo popolo: i ruandesi. Neanche i miei amici e i miei ex compagni di classe vogliono parlane. La gente ha paura.

A paura a parlare di Tutsi e Hutu? Perché?
Perché si tratta di un’imposizione voluta dal governo. Dopo la fine del genocidio, ha avviato un programma di educazione dell’intera popolazione per promuovere una sola nazionalità e la scomparsa delle differenze etniche. Può sembrare un intento nobile. Per me non lo è. Anzi, il governo si contraddice. Da un lato afferma «Siamo tutti Ruandesi»; dall’altro, in diverse circostanze, invita gli Hutu a chiedere perdono ai Tutsi. Invita anche i bambini, che non hanno vissuto il genocidio, a farlo, in nome dei loro antenati. Che senso ha? Come faccio a chiedere scusa ad una persona se non so a quale etnia appartiene? Per me tutto questo toglie una parte della tua identità, una parte di te. Avrebbe più senso mantenere le differenze di etnia ed essere comunque ruandesi, stare comunque insieme come un unico popolo. Inoltre sono convinta che ognuno, nel proprio cuore, sa se è un Tutsi o un Hutu, a discapito di qualsiasi imposizione.

Il Belgio viene accusato di aver buttato le basi che hanno poi portato allo scoppio del genocidio e l’Occidente di essere rimasto a guardare. Cosa ne pensi?
Io non darei colpa all’Occidente. Si dice che siano stati i Belgi ad introdurre la differenza razziale basata sull’aspetto fisico, convincendo i Tutsi che fossero i più belli: alti, con la pelle chiara e aggraziati. Gli Hutu invece sarebbero stati quelli brutti: bassi, con la pelle scura e i nasi schiacciati. Io non credo a queste differenze. Prendi me, ad esempio. Io ho la pelle chiara tipica dei Tutsi e il naso schiacciato tipico degli Hutu. A prescindere da ciò, ammesso che i Belgi abbiano incitato all’odio interrazziale, noi ruandesi non abbiamo colpe? Avevamo sempre convissuto senza problemi, eravamo amici, a volte eravamo anche membri della stessa famiglia e ci siamo ammazzati tra di noi. Perche? Semplicemente perché qualcuno ha detto «Lui è Tutsi, deve essere ucciso»? Avremmo potuto potuto rifiutarci e non lo abbiamo fatto. Non è stato qualcosa di umano.

Com’è il Ruanda oggi?
Oggi il Ruanda sta meglio, ci sono stati alcuni miglioramenti, ma c’è ancora molto da fare. Al governo c’è lo stesso partito che ha preso il potere nel 1994: il Fronte Patriottico Ruandese. L’attuale Presidente, Paul Kagame, è in carica dal 2000. È un ex militare, come la maggior parte di coloro che rivestono cariche istituzionali. Inoltre il Ruanda è una Repubblica, ma il processo democratico non si è ancora compiuto totalmente: non c’è completa libertà di esercizio dei diritti e la stampa viene condizionata. Se qualcuno cerca di fare opposizione, viene ucciso o incarcerato. Alle lezioni del 2010 si era candidata una donna di etnia Hutu, Victoire Ingabire Umuhoza, che aveva vissuto la maggior parte della sua vita in Europa. È stata incarcerata per negazionismo del genocidio. Il motivo? L’aver fatto notate che il Monumento di commemorazione delle vittime del genocidio cita solo i Tutsi e non anche quegli Hutu assassinati. Alle elezioni del 2017 un’altra donna, Diane Rwigara, di etnia Tutsi, si era candidata. Anche lei è stata arrestata con l’accusa di incitare l’odio contro il governo. Oggi sono state entrambe rilasciate, sicuramente su pressione occidentale.

Da quando vivi in Italia, sei più tornata in Ruanda?
No, non sono più tornata, ma voglio farlo e, prima o poi, lo farò. Nel frattempo continuo a seguire a distanza ciò che succede nel mio Paese, mi tengo aggiornata.

Come ricordi il tuo arrivo in Italia?
Dopo la prima settimana, sono andata da mia sorella e, piangendo, le ho detto che volevo tornare in Ruanda. Lei non ha cercato di convincermi del contrario; mi ha detto: «Aspetta un’altra settimana. Se sarai ancora convinta di rientrare, organizzeremo il viaggio di ritorno». Ho deciso di rimanere. Per natura non mi piango addosso, ma cerco sempre di darmi da fare; inoltre sentivo di non poter sprecare quest’occasione. Anche a scuola è stata dura all’inizio, i miei compagni di classe erano freddi. Io non ero abituata a questo. Quando in Ruanda arrivava un nuovo compagno di classe, facevamo a gara a chi faceva amicizia per primo. Generalmente noi siamo molto curiosi verso ciò che è diverso, verso la novità. Pensiamo «Chissà cosa avrà da dire, cosa avrà da portare questa persona!»

Hai trovato altre differenze tra Italia e Ruanda?
Arrivando in Italia mi sono resa conto di quanto noi Africani siamo ignoranti. In Africa non si muore di fame, si muore di ignoranza. L’Africa è ricca di materie prime ricercate da tutto il Mondo, ma è poverissima. Perché? Perché c’è ignoranza. Il popolo è strumentalizzato da chi è al governo e chi è al governo è strumentalizzato dall’Occidente.
Inoltre noi Africani tendiamo ad avere un atteggiamento vittimistico. È vero che spesso veniamo discriminati per il colore della nostra pelle, ma è altrettanto vero che ci piace piangerci addosso, anziché darci da fare e tirar fuori il meglio di noi. Io sono convinta che anche noi dobbiamo fare la nostra parte.

Hai qualche sogno nel cassetto?
Sì. Essere nati o vivere in Europa, in Italia, è una grande fortuna, ti permette di crearti il tuo futuro. In Ruanda questo non è possibile e io vorrei tanto che fosse possibile: sento di avere un debito di riconoscenza nei confronti di chi è rimasto lì. Pertanto il mio sogno è quello di fondare un’associazione che operi sul territorio e che crei un programma di gemellaggio o di scambio tra ragazzi africani e ragazzi italiani, permettendo ai primi di frequentare un percorso di studi in Africa e viceversa. Gli Italiani hanno molto da insegnare agli Africani, ma anche gli Africani possono insegnare qualcosa agli Italiani. Sarebbe un percorso che porterebbe ad un arricchimento reciproco, ad aprire la mente, a conoscere e a comprendere.

Grazie per avermi raccontato di te e del tuo Ruanda, Yvonne!
È stato un piacere.

 

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